Il cibo del futuro? Condiviso e sostenibile

Alimentazione sostenibile, Ogm, salvaguardia del pianeta. Alzi la mano chi nell’ultimo mese non abbia letto o almeno sentito parlare di uno di questi argomenti. In vista di Expo 2015, infatti, il tema food e in particolare quello della food innovation è sempre più alla ribalta.

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C’è chi lo cavalca per moda e convenienza e chi invece a questi argomenti dedicata da tempo investimenti, lavoro, energia come Sara Roversi (nella foto) e Andrea Magelli, imprenditori bolognesi che hanno creato un progetto no-profit, Future Food Institute (FFI), nato nella forma del trust nel settembre 2014.
FFI raccoglie l’eredità delle molte attività che la coppia di imprenditori porta avanti da oltre dieci anni con You Can Group e lavora con partner internazionali come Institute for the future (IFTF) di Palo Alto, associazione no-profit che si dedica alla ricerca dei trend e allo studio degli scenari futuri sin dal 1968 e Future Food Tech organizzazione che si è distinta per aver dato vita ai primi Hackathon dedicati al Food.

L’attualità delle tematiche affrontate e l’interesse verso i metodi innovativi di lavoro e di costruzione di progetti e di un consenso diffuso hanno portato Future Food Institute al centro di molti eventi internazionali in Italia e all’estero, tra cui TEDxLecce che ha visto la partecipazione della fondatrice Sara Roversi.

1.    Il cibo come strumento per innescare un cambiamento radicale in un’ottica di sostenibilità a tutto campo. Quali sono le iniziative e gli eventi che vi permettono di innovare?
Le iniziative che ci permettono di innescare processi di innovazione sono tantissime, ma tutto arte dallo scambio di conoscenze e dalla ricerca. Per generare un impatto positivo sui giovani abbiamo scelto gli hackathon, eventi normalmente legati al mondo della tecnologia, vere e proprie maratone, dove a correre sono i pensieri, le menti, le creazioni, i progetti di studenti, imprenditori che vogliono sviluppare start up, realtà imprenditoriali, che riescano ad abbattere la barriera della consuetudine e portino a innovativi progetti di business. Il nostro hackathon – modello di innovazione dirompente – lo abbiamo chiamato “Bibimbap”, termine coreano che significa “riso mescolato” e la cui preparazione funge da metafora di un metodo di lavoro disruptive: mettere insieme persone con differenti competenze per smontare i vecchi concetti e dare spazio a quelli più nuovi e performanti.

2.    Collaborate con una realtà che opera in ambito di innovazione da quasi mezzo secolo come l’Institute for the future (IFTF) di Palo Alto e con i giovani del Future Food Tech. Come si può colmare il divario tra Stati Uniti e Italia?
Non ritengo che si debba sempre ambire a emulare gli americani. Credo che in America siano geniali nello scoprire metodi e modelli e nell’avere un approccio costante e positivo verso l’innovazione in un’ottica di condivisione. Abbiamo da prendere spunto, tuttavia, possediamo molte cose che loro non hanno. Nel nostro DNA c’è la storia, l’esperienza, la tradizione. La situazione ottimale è collaborare e cercare di essere un ponte fra noi e loro. Dovremmo ispirarci al loro approccio metodologico e di condivisione, ma al contempo esportare un po’ del nostro sapere e del nostro saper fare.
Siamo estremamente curiosi e costantemente in cerca di novità, il contatto con Future Food Tech e Istitute for the future è stato molto interessante. Teorizzano e creano un metodo, diversamente dagli italiani che scoprono lavorando (Learning by doing). Emblematica è la mappa che abbiamo creato insieme a loro: Rethink Food. Noi ragionavamo su determinate aree di interesse mentre lavoravamo, loro ci hanno aiutato a sistematizzare tutto ciò e a indicarci un metodo di lavoro, una guida.

3.    In quale circostanza vi siete conosciuti con l’Institute for the future (IFTF) di Palo Alto? Quali progetti avete realizzato insieme?
Abbiamo avuto l’occasione di conoscerci durante un hackathon organizzato proprio da Future Food Tech e ci siamo resi conto che stavamo lavorando sui medesimi temi e con gli stessi obiettivi. Da qui è nata una collaborazione spontanea. Oggi non mi immaginerai di lavorare con altri partner al progetto, ma saremmo ben felici di invitare chiunque abbia il piacere di lavorare su queste tematiche.

Abbiamo creato una sorta di “mappa” concettuale: Rethink Food to Remake the World, una guida utilizzabile anche nei food hackaton che delinea le cinque direzioni verso cui sarebbe utile spingere il cambiamento (la mappa è riprodotta nella foto grande).

4.    Quali sono queste cinque direzioni?
La mappa Rethink Food è nata per guidare il processo di co-progettazione durante i nostri eventi come Bibimbap. Sono state individuate cinque aree di innovazione per ripensare il mondo attraverso nuove abitudini nel rapporto con il cibo. All’interno di questi modelli e tematiche, fondamentali sono i comportamenti di: condivisione, incremento, scambio, aiuto reciproco, “open source solution” e stimolo all’imprenditorialità.
Il primo tema è quello della “governance”: immaginare delle politiche che migliorino l’alimentazione. Come possiamo garantire un cibo sano per tutti? Come possiamo misurare le politiche in tema di food security e farlo divenire uno strumento di rendicontazione per le aziende e le istituzioni? Il secondo tema è inerente agli “ecosistemi resilienti”, ambienti capaci di resistere a situazioni estreme, traumatiche. Come ripensare i modelli produttivi, distributivi? In una logica di produzione locale necessita parlare di biodiversità, necessita mapparla. Il terzo tema riguarda le “città”, intese come microcosmi e piattaforme. Come possiamo trasformare gli spazi pubblici in punti di ridistribuzione del cibo? Come ridisegnarli per una nuova socialità? Il quarto tema pone il fuoco sulla “cultura”. Come possiamo garantire che le nuove tendenze al futuro continuino a proteggere e garantire le nostre tradizioni e la nostra cultura? Il quinto è riferito al “potenziamento dell’economia”, favorire dunque le economie locali, far si che tutte le idee possano creare occupazione e generare ricchezza garantendone una sostenibilità.

5.    Quindi il sistema dei food hackathon serve per far emergere nuove soluzioni e cambiamenti. Dove li avete già realizzati e con quali risultati?
Siamo convinti che questi eventi generino un forte impatto. Tutti si aspettano di sapere quante star up sono nate da un hackthon, ma è limitativo pensare che si possa misurare solo così.

Mariana Mea (medium.com/@Ffoodinstitute) sta scrivendo una tesi di laurea sull’impatto generato dagli hackathon nel contesto internazionale.

Vogliamo “misurare” l’impatto delle nostre iniziative per capire se sono efficaci per modificare comportamenti e generare significativi cambiamenti.
Sono fortemente convinta che questi eventi siano molto utili e il risultato non è immediato, si misura nel tempo. Tutti i ragazzi che hanno partecipato ai nostri eventi dopo essere stati intervistati hanno dato feedback molto positivi e soprattutto hanno raccontato di aver intessuto relazioni con i partecipanti, con i mentor o gli speaker, generando altre dinamiche.

Ci si trova a vivere insieme un’esperienza intensa, mettendo in gioco le proprie capacità e condividendo ogni idea. Questo è il vero valore.

Parallelamente sono nate idee imprenditoriali, dove professionisti ispirati hanno cambiato un processo nella loro azienda o dato il via per pensare nuovi prodotti che soddisfino le esigenze emerse durante l’evento. Gli hackaton già realizzati da Future Food Institute sono stati: il primo a Milano in aprile durante la Design Week sul tema del Biologico in Italia, il secondo a Bologna l’8 e 9 maggio presso Alma Graduate School sulla ritrazione collettiva e l’ultimo a Ferrara durante il Festival Internazionale sui Diritti alla Terra.

Informazioni

futurefoodinstitute.org

bibimbap.it

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