LA PSICOLOGA – Mia figlia ha 13 anni e vuole lasciare la scuola, glielo consento?

Buongiorno, sono un papà disperato, mia figlia di 13 anni e frequenta la terza media, non vuole più andare a scuola. Le faccio il punto della situazione: sono un genitore separato e sono 5 anni che non vedo mia figlia per vari motivi giusti o sbagliati, comunque importanti, ma non sto qui ad elencare. Dopo 5 anni la mia ex moglie mi chiama disperata e mi dice che mia figlia non vuole più andare a scuola e mi chiede di occuparmene io perché lei non ce la fa più a gestirla.

Io mi sono subito attivato entrando in punta di piedi con mia figlia, cercando di mediare e di costruire con lei un piccolo rapporto di fiducia e un piccolo rapporto da padre. Credo di esserci riuscito, l’ho vista coinvolta, reattiva nei miei confronti, quindi cercando di mediare e di capire i motivi per cui non volesse più andare a scuola, lei mi rispondeva che non riusciva a studiare e a memorizzare le cose che studiava.

Al che io gli ho proposto di fare delle ripetizioni, ma lei non ne vuol sapere, c’è da dire anche che la scuola, una scuola privata, si è attivata per aiutarla, ma lei non ne vuole sapere, continua ad avere scontri anche fisici con la mamma che non riesce a gestirla. Comunque quando vado io, lei è tranquilla e ogni volta mi promette che lei il giorno dopo andrà a scuola, ma come tutte le mattine lei non va.

Abbiamo pensato di portarla da uno specialista, ma lei non vuole venire. Ho pensato di non mandarla più a scuola almeno per questo anno, ma non so
se si può fare, per questo le chiedo aiuto e le chiedo se ci sono i presupposti di ritirare mia figlia da scuola e farla ricominciare a settembre: lo si può fare? Se si, come? Oppure mi può dare altre indicazioni?

Gentilissimo,
capisco la sua preoccupazione, ma è chiaro che sua figlia, attraverso il rifiuto di andare a scuola, sta esprimendo un disagio ed è necessario capirne le cause per poterla aiutare.

Probabilmente si tratta di una fobia scolare, cioè di un disturbo caratterizzato dalla paura, irrazionale e non controllabile, di andare e/o di restare a scuola. I bambini e gli adolescenti che ne soffrono presentano un livello d’ansia tale da compromettere significativamente la regolare frequenza scolastica.

Oppure parliamo di dispersione scolastica, fenomeno frequente tra gli adolescenti, i quali usano saltare la scuola non per paura, ma per una mancanza di autorità e di disciplina da parte delle figure di riferimento. Tra i fattori che maggiormente incidono nello scatenare un rifiuto della scuola ci sono quelli ambientali:

  • eventi stressanti che si sono verificati a casa o a scuola, tra cui una propria malattia o di un membro della famiglia;
  • la separazione tra i genitori;
  • relazioni conflittuali nella famiglia;
  • conflitti con uno dei genitori;
  • problemi con il gruppo dei pari o con un insegnante;
  • ansia da prestazione e paura del fallimento scolastico.

Capisco che la mancanza di relazioni con sua figlia per 5 anni, per qualsiasi motivo ciò sia accaduto, abbiano creato una frattura tra voi, ma le chiedo di provare a riflettere su quali possono essere i motivi profondi del rifiuto di sua figlia nel frequentare la scuola.

Se le è possibile, ne parli con la sua ex moglie per comprendere come lei affronta tali opposizioni: mi scrive di “scontri anche fisici con la mamma che non riesce più a gestirla”. Ciò è molto grave, denota una forte conflittualità in un momento tanto delicato nella vita di sua figlia, in cui piuttosto avrebbe necessità di vedere di fronte a sé figure di riferimento che le forniscano limiti entro cui muoversi, punti fermi e sicurezze interiori. Oltre ovviamente ad una certa serenità, che le permetta di affrontare senza ansia i personali impegni quotidiani.

La sensazione è che il rapporto tra loro si sia un po’ deteriorato, quindi è importante che lei si ponga con sua figlia come un modello sicuro, costruendo giorno dopo giorno un rapporto di fiducia.

Il ruolo del padre è anche quello di dare dei confini e questo lei ora è chiamato a fare. Personalmente ritengo che non sia corretto ritirarla da scuola, a meno che non esistano motivazioni oggettive che vi impongano questo; anzi, è importante che a sua figlia venga spiegato che le difficoltà si affrontano e non si rifuggono. Solo così imparerà, da adulta, ad affrontare le inevitabili frustrazioni.

Piuttosto parli con le insegnanti spiegando loro la sua situazione e chiedendo la loro comprensione e appurate se possa esserle accaduto qualcosa in ambito scolastico (bullismo, ansia, eccetera). La fatica che sua figlia riporta nello studio potrebbe essere causata da alcuni disturbi negli apprendimenti? Approfondisca con le insegnanti e, in caso di dubbio, prenoti una visita da uno specialista, spiegando a sua figlia i motivi.

Dopodiché, se non emergono problematiche particolari, le suggerirei di entrare sempre di più nella relazione con lei, attraverso attività da svolgere insieme e momenti di ascolto e confidenze, con l’obiettivo di alleggerire la sua ex moglie da una relazione madre-figlia al momento faticosa, e piano piano a supportare lei concretamente la ragazza nel reinserimento scolastico.

Parallelamente, vi esorterei a intraprendere un percorso terapeutico per approfondire i motivi della conflittualità e per risolvere questioni familiari che probabilmente sono rimaste in sospeso. Nel caso il blocco della ragazza perdurasse, proporrei l’inserimento di una figura esterna (educatore), che, dopo avere costruito con lei un rapporto di fiducia, abbia la funzione di accompagnarla e sostenerla in questo percorso di ricostruzione delle autonomie e della fiducia in se stessa.

La dottoressa Cristina Pavia è psicologa presso il proprio studio in Bologna e counselor nelle scuole secondarie di primo grado.
Il suo sito internet è cristinapavia.net.
Potete inviarle i vostri quesiti a redazione@consumatrici.it

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